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Mates

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martedì, gennaio 08, 2008

C'è un grande prato verde...

A Boccadasse c'erano due campi da calcio ufficiali per le sfide del borgo. Il primo era stato creato secondo le decennali regole del calcio all'americana, poteva talvolta trasformarsi in un campo per le partite con due portieri e veniva usato tutti i giorni per gli allenamenti: era il campo “dei socialisti”.
Detto così perché utilizzava come porta regolamentare, secondo le regole bocadassine, la porta della sezione del PSI del borgo. Una porta verde, a due ante, perfettamente posizionata a tre quarti del muro laterale dello slargo vicino alla spiaggia. All'occorrenza la seconda porta veniva creata utilizzando come palo destro il muretto, il palo sinistro lo si inventava di volta in volta a seconda di cosa si aveva a disposizione, il più delle volte un cavalletto preso in prestito.
Il campo dei socialisti non poteva essere usato di Domenica perché era troppo di passaggio, e i foresti con i loro gelati in mano e le signore in pelliccia erano una rottura e un ingombro.

Il secondo campo era stato creato quando io ero già un po' più grande, dopo la demolizione dei treuggi, che erano in fondo al borgo, sotto via Boccadasse, dove i vecchi raccontavano un tempo passasse il fiume Asse.
Con la demolizione dei treuggi il comune creò involontariamente il campo principale di Boccadasse, non so se il progetto originario prevedesse altre costruzioni, a tutt'oggi il piazzale è usato come parcheggio... Ma all'epoca di macchine lì non ce ne potevano arrivare, dopo l'officina di Guastalla, sotto il ponte di via Dodero, non si riusciva a passare, la strada era troppo stretta.
Ma il passaggio, se stretto per una macchina, era perfetto come porta.
L'altra porta invece era stata disegnata sul muro in occasione della partita ufficiale di inaugurazione del campo, "bianchi" contro "blu", i colori della società, la Polisportiva F. Vignocchi.
Visto che la società vendeva magliette e canottiere bianche o blu con il simbolo della sul petto, era un onore per noi ragazzini giocare indossandole. Per la partita di inaugurale a metà estate ci allenammo a lungo, i ragazzi più grandi ci diedero anche qualche lezione di tattica, spiegando cose arcane tipo la marcatura e i ruoli, ovvero, primo: ad ognuno di noi era stato assegnato un avversario e bisognava controllare che non prendesse troppi palloni, secondo: non si poteva andare tutti in avanti, qualcuno, noi sospettavamo i più scarsi, doveva rimanere in difesa. La partita si giocò di sera, c'era ancora luce, perché il campo non aveva lampioni e vennero molti dei genitori e venne pure un arbitro, Placido, uno dei due commercianti di Boccadasse, vestito da arabo. Una festa.

A dire il vero avremmo anche avuto un altro campo, di forma regolare, la "ciassetta", dietro il borgo, ma secondo gli abitanti, la carriera di un futuro campione non era altrettanto importante di un vaso di gerani, quindi l'uso del campo ci era, ingiustamente, precluso. A tal proposito devo render merito a mia nonna di aver dato alla causa del calcio di Boccadasse un bel po' vasi, centrati da maldestri campioni in erba. Il muretto della galleria era decisamente troppo vicino al campo dei socialisti.... Nonostante tali sacrifici, nessuno di noi mai arrivò alla gloria e alla fama, il massimo dei risultati fu uno che giocò per qualche anno nelle giovanili del Doria, senza successo: se la tirava come tutto e noi eravamo tutti genoani e quando passava con la sua borsa azzurra lo guardavamo storto.
messo da: Dedee alle ore 09:42 | link | commenti (4)
nello scaffale: ricordi
mercoledì, aprile 18, 2007

Mission accomplished

Mi è mai capitato di essere invitati a cena e di non sapere cosa portare?
Non so un mazzo di fiori, una scatola di cioccolatini, che la vita si sa è come una scatola di cioccolatini, quelli buoni fanno ingrassare e venire i brufoli, una bottiglia di vino?
Facili scelte, ma a volte non si sa cosa scegliere, una volta decisi di portare due sardi, no, non due sarde, due acciughe, ma due sardi, due colleghi di Cagliari.
Non mi sono mai divertito così tanto come nel vedere la faccia dei padroni casa. Meraviglioso.
Non mi hanno più invitato e a dire il vero non mi hanno quasi più parlato.

Mission accomplished.

messo da: Dedee alle ore 12:04 | link | commenti (7)
nello scaffale: ricordi
giovedì, aprile 12, 2007

defrag di pensieri arrovellati in mezzo al mare

Sabato scorso stavo quasi quasi per partire per Adis Abeba.
Adis Abeba? Già.
Ero bravo bravo al check in dell'aereoporto di Dubai che attendevo in coda con pazienza quando dall'altro lato dei banconi ho visto una venere nera incredibile, la donna più bella del mondo, che stava facendo il check in a sua volta, svettava su tutti gli altri che le stavano attorno di una buona decina di centimetri, data la distanza non sono riuscito subito a capire quanto fosse alta, ma, escluso che fosse una fila di pigmeni, mi sono subito immaginato fosse sul metro e novanta. Incredibilmente bella, nera non scurissima, con i capelli lisciati, il volto decisamente interessante e un fisico che, a una sommaria valutazione da distante, già immaginai avrebbe potuto farmi a pezzetti.
Faccio il check in, mi sposto verso il controllo passaporti e non la vedo più, per consolarmi mi sono buttato a capo fitto nello shopping esentasse, il gene zeneise in pieno possesso del mio portafogli.
Dopo la birra all'irish pub, una tradizione delle mie soste solitarie all'aereoporto di Dubai, mi sono recato buono buono verso il mio gate. Ed eccola lì, in coda per li volo per Adis Abeba, da vicino, ancora più alta, ancora più statuaria, e lì in gene genovese è stato soppiantato dagli ormoni, che ringalluzziti dalla Kilkenny si sono instaurati in zona di comando.
Ovviamente potrei raccontare di come mi sia avvicinato a lei, le abbia fatto qualche domanda idiota, tanto per rompere il ghiaccio e di come, salito su un tripiede, l'avrei convinta a copulare lì subito, violentemente, in un angolo dell'aereoporto, ma vi risparmierò questi miei racconti, e mi soffermerò sulla mia riflessione sulle donne di colore, che, inutile negare, fanno sangue.
Mai stato con una donna nera, o se per questo neppure mai con una cinese o con una di Torino, non si tratta di razzismo, ma di opportunità, a Genova, inutile negarlo, la maggior parte si trova sui viali e spesso si tratta di kinder sorpresa... di ragazze di colore non ne ho mai conosciuta una, di ragazze di Torino sì, ma quella è un'altra storia.
Ricordo solo anni fa una ragazza incredibilmente bella, la donna più bella del mondo, che faceva atletica dove mi allenavo pure io (all'epoca ero nella squadra nazionale di tagliatelle al ragù), un corpo incredibile.
Ma non vi racconterò degli innumerevoli amplessi consumati tra gli spogliatoi e i ripostigli, del sesso selvaggiamente consumato ogni mercoledì e venerdì, no, vi racconterò di come il CIO purtroppo decise di assegnare le olimpiadi del 1996 ad Atlanta, che propose il baseball come sport dimostrativo e non a Ferrara, che invece proponeva la mia disciplina, le tagliatelle al ragù, appunto, e di come, deluso dallo strapotere della Coca Cola, la CNN e la Delta decisi di abbandonare la mia carriera quando era allo zenit, il gommone zenit.
Visitai Atlanta qualche anno fa e ne ebbi un'impressione così così, troppi mendicanti, il parco olimpico ridotto a una parodia di un passato remoto di ben nove anni, il sud degli usa.... ahh.... ma almeno mi regalarono un biglietto per andare a vedere il baseball, a caval donato non si guarda in bocca, ma anche se i geni zeneisi provavano a convincermi ad apprezzare la partita, non ci riuscii per nulla, ricordo solo quell'orribile organetto: ta ta ta ta ta!

messo da: Dedee alle ore 16:47 | link | commenti (8)
nello scaffale: ricordi
domenica, settembre 03, 2006

la guerra di Dedee

È facile odiare, amare o appoggiare la guerra se non la si è mai vista, i nonni ne parlano come di una tragedia, spesso non capiamo. Non capiamo cosa possa essere starsene sul tetto della propria casa a guardare e ad aspettare che un aereo passi, sapendo che ha già sganciato i propri missili sulla tua città e sperando solo che cadano altrove, perché ormai è tardi per fuggire e puoi solo aspettare.
Aspettare con l'orecchio alla radio che tra le mille parole sconosciute esca, come da una tragica roulette il tuo numero, le uniche parole riconosciute, il segnale dell'allarme aereo, il segnale per andare sul tetto a guardare gli aerei volare e rombare sulla tua testa tra gli inutili spari di una contraerea dilettante; vedere i missili cadere in lontananza, sentire un suono sordo, la leggera pressione dello spostamento d'aria premere sul tuo petto; vedere due colonne di fumo alzarsi, sentire le prime sirene passare per la via, tornare alla radio e aspettare il nuovo segnale.
La guerra che si subisce è terribile, è una sensazione di claustrofobia, è la rabbia per l'impotenza che ti mangia da dentro, è la sola speranza che ti rimane, fuggire, fuggire via, lasciando i tuoi sogni, i tuoi amici, e una parte di te al loro destino, costruendo una piccola corazza intorno al cuore, per non farlo tornare più a quei momenti felici ora coperti dalla polvere di un muro crollato.
E poco importa se dopo vent'anni l'uomo che ordinava ai piloti di bombardarti è in tribunale, deriso dal mondo, pronto per essere condannato a morte, il tuo passato è già morto.
messo da: Dedee alle ore 10:42 | link | commenti (12)
nello scaffale: ricordi, dedee uncut