Per via del mio peregrinare, mi capita di vedere diversi modi di affrontare la politica. Dopo le scialbe e noiose (fatta eccezione per il Dott. Nolle) elezioni tedesche, eccomi ad osservare quelle australiane.
Il sistema elettorale australiano è come quello inglese. Maggioritario secco, si vincono i seggi con il 50, 001 % dei voti, il leader del partito con più seggi (il che può anche essere con meno voti totali) va al governo. Chiaro, semplice. I principali contendenti sono, il primo ministro in carica (da 11 anni) John Howard dei liberali e il leader dell'opposizione Kevin Rudd.

Howard, filo americano e alleato di ferro di Bush, governa in una coalizione con i nationals, ha un ottimo record in materia economica nonostante gli ultimi aumenti del tasso di interesse, che ascrive più che all'incredibile boom delle materie prime, alle sue leggi sul lavoro. Le leggi Howard (industrial relations) hanno limitato di molto il potere dei sindacati e le possibilità dei lavoratori di scioperare, di sottoscrivere contratti collettivi e di far valere alcuni diritti, come la paga più elevata al weekend o durante le feste comandate.

I laburisti, non dimenticando le loro origini, vogliono per prima cosa revocare le industrial relations e ridare ai lavoratori alcuni dei loro diritti. Il loro leader Rudd non ha molta esperienza di governo, guida l'opposizione da meno di un anno ed è noto per i suoi modi autoritari tra i membri di partito, si definisce un conservatore in materie economiche.
L'argomento dei laburisti è, l'economia è forte, lasciamo che siano tutti a beneficiarne, non solo i ricchi industriali conservatori.
Quello dei conservatori è: l'economia è forte, perchè noi l'abbiamo resa tale, non cambiamo niente, anzi andiamo avanti con le riforme e non lasciamo che gli ex-sindacalisti ci riportino nel baratro della recessione.
A parte le industrial relations, gli altri punti del contendere sono l'impegno in Iraq (conservatori a favore, laburisti per il ritiro), il protocollo di Kyoto (conservatori contro la firma, laburisti per la firma con qualche riserva).
I sondaggi danno Rudd decisamente in testa, ma Howard ha dalla sua l'ottimo record.
La lotta è come sempre per la conquista del centro, e Rudd si è proposto come il nuovo non troppo ribelle ed estremista, Howard come la sicurezza.
Una nota a margine va riservata alla decisione già annunciata da parte di Howard di passare la mano al proprio vice dopo un anno e mezzo e ritirarsi dalla politica, vota uno, prendi due.

L'otto marzo, la festa della donna. Cresciuto in un ambiente moderatamene a sinistra di Democrazia Proletaria, la festività dell'otto marzo è legata nei miei ricordi di bambino all'immancabile rametto di mimosa che mia madre si scambiava con le sue amiche, agli auguri fatti a tutte le donne che si incontrava. L'otto marzo era una festa sentita, comunista, celebrata nell'Unione Sovietica, un po' osteggiata dai cattolici italiani e per questo ostentata. Poi per grazia di Dio tutta questa politica è finita, allora allontanatesi dai discorsi di uguaglianza sociale e di "lavorare tutte per la lavorare meno" o, peggio ancora, "l'utero è mio, me lo gestisco io", le donne intorno a me hanno iniziato prima a rifiutare il concetto stesso di festa della donna, in quanto, in una logica di femminismo militante, non ci sarebbe nulla da festeggiare, poi finalmente a scoprire il significato intrinseco del sacrificio delle lavoratrici (mioddio che termine demodè.... delle collaboratrici? Delle risorse umane donne?... ma?) della Triangle Shirtwaist Company, potersene andare a cena con un gruppo di sole donne, chiaccherare avidamente di Grande Fratello (la trasmissione tivvu, non certo il riferimento orwelliano alla società moderna) e magari vedere anche uno spogliarello maschile (a proposito stasera mi esibisco al Cafè Creme di Altona, per chi fosse interessata... le banconote da 20 dollari si abbinano perfettamente al colore del mio perizoma!)
Certo ora non è più il caso di far manifestazioni, di andar in piazza ad affermare il proprio diritto a un salario uguale a quello degli uomini, asili nido decenti per poter essere madri ed avere una carriera professionale, non essere giudicate per l'aspetto ma per l'intelligenza, non essere considerate delle mignotte se si decide di abortire, poter scegliere la fecondazione artificiale in caso di sterilità del partner.... insomma tutti diritti acquisiti oramai da tempo, per i quali non è più il caso di alzar la voce....
Oh, comunque, auguri!
Iniziate le consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo, dopo aver interpellato il primo ministro uscente Romano Prodi e il leader dell'opposizione Silvio Berlusconi, il Presidente della Repubblica, constata l'impossibilta' di formare un governo con le forze politiche attuali, ha consegnato un mandato esplorativo al leader indiscusso del PBIE (partito blogger italiani all'estero) Dedee.
Dedee, nato a Genova nel 1973 e cresciuto in giro per il mondo ha mosso i suoi primi passi in politica al Liceo G.D. Cassini di Genova dove assurse alla prestigiosa carica di rappresentate di classe al primo anno. Il primo incarico governativo di Dedee vide enormi successi, tra i quali l'indimenticata gita alla prestiogiosa sede del quotidiano "Il Secolo XIX". Abbandonata la politica attiva per il resto del periodo scolastico, Dedee esercitò la propria influenza nella vita politica e sociale della classe attraverso la sua delfina ed allora compagna di banco Giovanna che per numerosi anni ricoprì il ruolo di rappresentante di classe, vero e proprio braccio operativo di Dedee.
Schivo alle apparizioni pubbliche e alla mondanità, di Dedee si ricordano due interviste dal significato memorabile mandate in onda dall'emittente televisiva RAI 3, dal titolo, "Telegiornale Regionale Liguria". I testi di tali interviste sono tuttora studiati nelle migliori scuole di retorica e politologia.
Durante il periodo universitario Dedee sembra sparire dalla vita pubblica, di lui si ricorda una fugace apparizione nella trasmissione televisiva "Il Gioco dei Giochi" sul RAI 2, nella quale, imbattuto campione, mostra il suo lato ludico e prettamente godereccio.
Terminati gli studi, Dedee, speranza della politica italiana, sorprende tutti decidendo il trasferimento in Germania. Quella che sembrava una scelta di abbandono totale della politica, si dimostra invece il passo fondamentale verso la fondazione del movimento che porterà un decisivo cambiamento della politica italiana. Agendo indisturbato sulla forte comunità italiana all'estero, dopo aver ottenuto con sapiente lavoro di lobby il voto per corrispondenza ed averlo positivamente testato in alcuni referendum, Dedee e il suo movimento sono pronti a prendere il controllo della politica italiana alle elezioni del Marzo 2006.
Con abile mossa, da alcuni ritenuta ai margini della legalità, Dedee e i suoi portano Romano Prodi e la sua coalizione alla vittoria contro il partito di Berlusconi.
Dedee e il PBIE impongono da quel momento la propria leadership alla coalizione di governo, ma si rendono conto che la mancanza di una partecipazione diretta riamne da ostacolo al raggiungimento dei propri scopi.
È in questo clima di sfiducia che nasce la celeberrima missiva si Dedee al Presidente della Repubblica a concllusione dell'anno 2006, alla quale l'ufficio della presidenza ha prontamente risposto, a dimostrazione dell'attenzione rivolta dal Presidente al PBIE.
Constatata l'impossibilità di andare avanti con le forze politiche attuali, Giorgio Napolitano ha premiato la strategia dei piccoli passi di Dedee e del PBIE, al quale ora si rivolge tutta la nazione in attesa di una risoluzione della crisi di governo.
Dedee conta nell'appoggio delle forze democratiche, dei blogger italiani e di un paio di zozzoni a caso, tanto non gli sembra che in parlamento ci sia niente di meglio.



Risposta di Dedee al messaggio sulla "fuga dei cervelli" del Presidente della Repubblica.
Caro Presidente,
Ho letto il suo messaggio sulla cosìddetta "fuga dei cervelli". Mi considero uno dei destinatari, Le scrivo la mia esperienza personale.
Nel 2000, terminati gli studi in Ingegneria Meccanica all'Università di Genova, ho iniziato a cercare lavoro nel mio campo. Purtroppo la mia città natale non mi ha offerto alcuna prospettiva valida, dopo la de-industrializzazione degli anni '80 – '90, le poche industrie del settore offrivano ben poche opportunità di lavoro.
Mi trovai allora di fronte alla prospettiva di andare a lavorare in aziende medio-grandi, la spina dorsale dell'economia italiana, in Lombardia o in Piemonte con uno stipendio formazione lavoro (1.800.000 Lire al mese) o in Germania in un'azienda leader mondiale nel proprio settore (3.000 Marchi al mese). La mia scelta non fu solo dettata dalla differenza di trattamento economico, ma fu dovuta soprattutto alle maggiori prospettive offerte dall'azienda tedesca, allo stile di vita più tranquillo, ai servizi sociali offerti, al generale senso di sicurezza offerto dalla provincia tedesca in confronta a quella italiana. Ciò non di meno, lo stipendio di formazione lavoro mi avrebbe posto di fronte alla necessita di gravare nuovamente sulle finanze dei miei genitori, e la prospettiva mi umiliava.
Dopo aver vissuto per cinque anni e mezzo in Germania, mi sono ora trasferito in Australia, per una prospettiva di lavoro allettante, in un'azienda internazionale che investe in un nuovo progetto, che investe in me, come professionista e come persona. Prospettiva che l'industria automobilistica italiana non mi ha saputo/potuto dare.
Non meno importante il distacco dalle bagarre tipiche italiane, dalle continue discussioni, dalle polemiche sociali, che, viste da distante, tanto ricordano l'orchestra del Titanic.
Per questo noi "cervelli' fuggiamo, per cercare prima di tutto quella soddisfazione personale che ci viene negata in patria, per affermarci come persone, liberarci dalla dipendenza economica di uno stile di vita che ci forza ad essere degli eterni adolescenti, per poi rinfacciarci il nostro rimanere in casa dei genitori e il non avere figli a nostra volta.
Con i miei migliori auguri di buone feste e di un sereno anno nuovo,
saluti da Melbourne
Dedee
Prefazione: Dedee é completamente ignorante in materie politiche e sociali. Si autodefinisce un autodidatta della cazzata, chiede perdono a tutti coloro che queste cose le hanno studiate, e chiede scusa a vossìa, però non ha mai detto che a post si fan rivoluzioni.
Noi, figli del sessantotto.
Io non sono affatto un figlio del sessantotto, mio padre e mia madre in quegli anni tormentati facevano dell'altro. Non hanno frequentato l'universitá, lavoravano giá e del casino non se ne sono quasi accorti.
Ció non toglie che io sia un figlio del sessantotto, come tutti i miei coetanei che hanno attraversato gli anni ottanta.
Siamo figli del sessantotto per quel senso di ineluttabilitá, per quella mancanza di ideali che ci contraddistingue.
Quelli che hanno vissuto il sessantotto ci hanno lasciato in ereditá l'insegnamento che il sistema c'é, é forte e potente e noi non possiamo cambiarlo, loro ci hanno provato e sono finiti con le ossa rotta e gli ideali in fondo alle scarpe.
La nostra generazione, ma anche quelle leggermente successive si sono dovute confrontare con questa realtá, ed hanno per di piú subito il colpo della perdita del dualismo mondiale. Per male che potesse essere, l'Unione Sovietica rappresentava l'alternativa all'america, e il ruolo che ha lasciato crollando miseramente sotto il peso dell'egoismo dell'uomo, lo sta tentando di colmare ora l'integralismo islamico.
A noi é stato insegnato che é inutile sognare di cambiare il mondo, meglio starsene per i fatti propri, adeguarsi al sistema, sperare che non ci faccia troppo male e che ci faccia diventare ricchi e famosi. I nostri insegnanti (di vita, non della scuola) sono persone che hanno perso la propria battaglia coi loro ideali e che sono rimaste di fronte al bivio tra l'adeguarsi e lo scomparire, hanno scelto di adeguarsi e ci hanno insegnato a farlo.
Noi non siamo capaci a lottare per nulla, al massimo protestiamo per la retrocessione della nostra squadra del cuore, ma non ci sognamo di certo di scendere in piazza per contestare il precariato o le riduzioni di personale. Ce ne stiamo nel nostro angoletto a farci i sacrosanti cazzi nostri.
Se nel sessantotto la gente andava in piazza per ogni minchiata e si sentiva chiamata in causa per ogni cosa, oggi al contrario siamo diventati insensibili a tutto, tanto siamo abituati alla tv e ad ogni nefandezza.
Siamo diventati dei reazionari per paura di essere dei rivoluzionari falliti, perché perdere non é bello, gli anni ottanta ci hanno insegnato a vincere sempre e in caso contrario a far finta di aver vinto.
Non so cosa accadrá alle generazioni che ci seguiranno, cosa saremo in grado di insegnar loro, quali valori trasmetteremo ai nostri "alunni", purtroppo penso che la mia generazione non é preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha giá in mano, a una rivolta senza armi, perché noi tutti ormai sappiamo che se la speranza muore poi non risorge, e quindi é meglio non sperare e starsene buoni buoni.
Prefazione: Dedee é completamente ignorante in materie economiche e si autodefinisce un autodidatta della cazzata, chiede perdono a tutti coloro che queste cose le hanno studiate, chiedo scusa a vossìa, però non ho mai detto che a post si fan rivoluzioni.
Il bisogno degli sconfitti
Le seconde avventure di PanChin e la sua descrizione della Cina mi hanno ispirato quanlche riflessione, andiamo con ordine, partendo da alcuni assunti:
la societá capitalistica cerca di massimizzare il profitto, sempre;
il ruolo del singolo nella societá capitalistica é ridotto a quello di consumatore;
il consumatore deve essere invogliato a comprare sempre di piú;
il popolo di consumatori non é in grado di prendere decisioni globali autonomamente.
Da ció deriva che le aziende di tutto il mondo, nella propria ricerca di massimizzazione del profitto cercano di produrre a prezzi minori e di vendere di piú trovando nuovi consumatori. La riposta Cina é quindi ovvia.
Il primo scopo della strategia (produrre a prezzi minori) é facilmente raggiunto, con le fabbriche in Cina, i costi produttivi vengono velocemente ridotti, i lavoratori cinesi lavorano per cifre irrisorie in condizioni al limite dell'umano.
Il secondo scopo (trovare nuovi consumatori) sottointende che il nuovo lavoratore sia in grado di acquistare i prodotti che produce; e qui iniziano le difficoltá. Infatti per poter acquistare i prodotti che produce, il consumatore cinese deve diventare piú ricco, ma ricco quanto? L'equazione é difficile, e il controllo di tale processo delicato e arduo.
Infatti, se la ricchezza cresce troppo, il consumatore pretende piú prodotti, migliore qualitá, maggiore diversificazione, migliore paga, migliori condizioni di lavoro. Per raggiungere ció, la qualitá della produzione deve crescere e quindi devono crescere le abilitá degli operai, gli investimenti, la qualitá di materie prime e mezzi per la produzione. Migliori operai comportano maggiori investimenti nell'istruzione e maggiore remunerazione, quindi minor profitto. Migliorare i mezzi di produzione significa nuovamente investire nelle fabbriche, diminuendo il margine di profitto. Migliori materie prime si devono pagare ad un costo maggiore, che non sempre é riportabile sul prezzo del prodotto. Inoltre non bisogna dimenticare le infrastrutture alla produzione, le risorse per migliorare le condizioni di vita in generale degli operai/consumatori, tutti investimenti ai quali in maniera diretta o indiretta l'azienda contribuisce piú o meno volontariamente, e, per sopperire al bisogno di capitale risultante, l'azienda si puó trovare costretta ad aumentare la propria esposizione debitoria.
L'aumento del volume di vendita é quindi pagato a caro prezzo dall'azienda, e la riduzione del margine di profitto puó intaccare la capacitá di ripagare il debito dell'azienda e mettere quindi in serio pericolo la sopravvivenza dell'azienda stessa.
In definitiva la Cina rischia di diventare la nuova Europa, e i vantaggi della produzione in tale paese sono destinati nel lungo periodo a svanire, sarà indi necessario trovare una nuova Cina.
Questo aspetto riguarda poco le aziende occidentali e il loro management, che infatti ha una vita breve e un turn over molto alto, quindi l'unico orizzonte che interessa é intorno ai 5 anni. Periodo nel quale si possono raggiungere buoni risultati ed aspirare ad un miglioramento in carriera.
Trasportando la propria produzione nei paesi a minor costo, si hanno però degli spiacevoli effetti collaterali. I propri consumatori diventano più poveri, hanno meno soldi da spendere, cala il profitto.
Ma a questo c'è sempre rimedio. Infatti come in una magica rete di sussistenza, le aziende si aiutano inconsapevolmente l'un l'altra creando un clima di paura-timore, che spinge i propri consumatori a non ribellarsi alle scelte globali.
I propri lavoratori nei paesi d'origine possono essere spinti dalla minaccia di un completo spostamento della produzione e della conseguente perdita del lavoro, a stringere accordi economicamente piú vantaggiosi per l'azienda. E se quesi accordi ora riguardano prevalentemente la produzione, in futuro nulla vieta di pensare che siano anche le unitá di ricerca e sviluppo, il cui costo é destinato a crescere nella ricerca di prodotti migliori.
Ció comporta un maggior numero di "sconfitti" nei paesi di riferimento, di persone cioé sacrificate dall'azienda per il proprio benessere futuro.
Ma nel generare questi sconfitti, l'azienda deve mantenere una posizione equidistante e politicamente neutra, per non essere incentrata in polemiche sociali. Deve quindi l'azienda rendere le proprie scelte come un'inevitabile frutto di una situazione generale alla quale non si puó sottrarre, deve quindi cercare alleati per creare un clima favorevole alle proprie scelte. Cosa semplice, in quanto tutte le aziende si trovano nella stessa situazione.
Queste alleanze de facto portano ad un controllo delle fonti di informazione e ad una maggiore influenza sui consumatori, ai quali viene fatto credere di trovarsi in una fittizia situazione di vincita-vincita (per loro e per le aziende), mentre nella realtá i consumatori che godono di prezzi minori in realtá si trovano solo sulla linea del fuoco, pronti ad essere sconfitti dalla prossima azienda in cerca di guadagno, e non fanno altro che procrastinare una maggiore spesa.
Ma la mancanza di coordinazione tra i consumatori e l'incapacitá di raggiungere altre fonti d'informazione credibile rende la loro risposta inesistente e fa sí che essi si lascino guidare verso gli obiettivi delle aziende.
Il mondo della politica deve sostenere questo sistema e deve quindi esserne parte, venirne foraggiato e controllato, utilizzando le uniche armi possibili, il denaro e il consenso popolare. Mentre per il denaro la situazione é semplice, per il consenso popolare si devono vincere molte reticenze. Viene quindi incentivato un sistema di ricerca di una causa esterna per far accettare le scelte politiche alla gran parte dei consumatori/elettori. Se i prezzi sono in costante ascesa, come nel caso del pertolio, si cerca di trovare una causa plausibile al di fuori del sistema, vengono quindi accusati paesi stranieri, guerre o sitauzioni contingenti, senza afforntare il perché della totale dipendenza della societá moderna da tale forma di energia.
Le situazioni di pericolo vengono esagerate e portate alle estreme conseguenze per far accettare al consumatore/elettore i cambiamenti indotti. Mantenendo il consumatore in uno stato di timore, li si impedisce di coordinare una reazione, e lo si rende facilmente controllabile.
A questo punto diviene vitale per l'azienda capitalistica agire in un mercato globale, producendo da una parte del mondo e vendendo dall'altra, cercando quindi di spendere in nazioni a basso costo e di vendere in nazioni ad alto profitto.
Le fonti energetiche alternative al petrolio sono considerate una minaccia per tale sistema, sono un elemento esterno di disturbo, vengono quindi pubblicamente paragonate alle utopie passate, bollate di mancanza di realismo e scartate come non appropriate.
La dipendenza dal petrolio non è altro che una dipendenza dal sistema, una dipendenza dal bisogno degli sconfitti per massimizzare il profitto dei pochi, come da un giogo medievale, il lavoratore/consumatore è oppresso da un giogo psicologico che sfrutta l'incondizionato accesso ai mezzi di comunicazione per eliminare ogni forma di contestazione.