Oggi chiacchierando con il mio collega giapponese Masahide nella pausa pranzo, si parlava di piscine (noi non abbiamo il mare…).
Gli ho domandato se dove abita lui c’è una piscina, mi ha detto che c’è, ma è sempre affollata, allora gli ho chiesto se durante il giorno, quando c’è meno casino, sua moglie vada in piscina.
Mi ha detto di no, perché lei si vergogna. Io ho fatto la faccia a punto interrogativo, allora Masahide mi ha detto che le donne europee hanno un bel corpo, facendo ampi gesti internazionali ad indicare il seno, mentre le donne giapponesi sono “thin like a pencil”. Si è messo a ridere e poi mi ha detto che ha già provato a convincere sua moglie dicendole: “don’t worry, who will ever look at you?”
Ahh che bello percepire quanto amore si nasconda dietro a queste semplici frasi!
Dopo aver lavorato un po’ e aver scritto un paio di mail, aver giocato un po’ al computer, scrivo l’ultimo capitolo dei miei diari giapponesi: eccomi di nuovo su un aereo. Stamani alle 5 e 30 é suonata la sveglia, dopo sole 4 ore di sonno. Ieri sera sono andato coi colleghi a festeggiare e poi ho dovuto fare le valigie.... sono arrivato con largo anticipo all’aeroporto, tanto che avrei quasi potuto prendere il volo precedente.
Il volo in business é come al solito confortevole, anche se oramai mi sto abituando e sto diventado esigente.
Avrei dovuto scrivere una cartolina a Lara, ma tornando dal lavoro alle 9, 9 e mezza non era facile, oggi all’aeroporto non ne ho trovate. Mi perdonerá leggendo i miei racconti? Ma, fosse solo per questa dimenticanza che dovessi chiedere perdono....
Tra x ore attereró a Parigi, poi trasferimento a Stuttgart, e sabato mattina, via di nuovo, destinazione, terza casa, Dubai, ferie, vacanza, sole, mare e non fare un cazzo.
Secondo giorno di lavoro, riunioni tutto il giorno. I giapponesi in riunione sono gentili, cortesi, annuiscono sempre, o al piú fanno una leggera smorfia, quando capiscono che glielo stai infilando sempre piú nel culo. Temo peró che sia tutto tempo perso.
Rimango in ufficio fino alle 20:30 e non sono l’ultimo ad uscire...
Stasera sono solo, i colleghi non hanno un entertainment program per me. Vado in metro fino a Kawagoe e mi infilo in un ristorante vicino al mio albergo.
Un ristorantino piccolo, tradizionale, con tutte le scritte in giapponese, anche i numeri, che solitamente sono scritti nei nostri caratteri, in quel ristorante sono in caratteri tradizionali. Mi chiedo che cazzo ci faccio lì, perdipiù senza il mio vocabolario mentre oramai sono giá seduto e ho chiesto se hanno un menú in inglese, nessuna chance. Vabbé andiamo avanti, la faccia tosta non mi manca. Chiedo una birra, provo con "B E E R, O N E B E E R P L E A S E!"
La moglie del proprietario che sta dietro al banco nella “cucina” risponde con un sorriso (brutto segno, é imbarazzata), ripeto e lei si illumina e mi risponde “xyzxxazagfda BIRU ?” sembra simile a penna biro e a birra, dubitando di essere in una cartoleria gastronomica, ordino una biru, eureka! Ho imparato un’altra parola di giapponese.
La cameriera mi porta la birra e io mi butto ad ordinare qualcosa, “sashimi”, capito, grande, ma poi mi fanno una controdomanda, ovvio é come dire “pasta” o “carne”, manca qualcosa, mi avranno chiesto che pesce voglio e gentilmente mi indicano i cartelli, delle piccole bandierine appese al muro, grazie, ma forse non avete capito che non parlo giapponese? Allora dico “mix” “mixtu” e indico il numero 3, prima all’occidentale, cioé pollice-indice-medio, poi alla giapponese anulare-mignolo, capito!
Perfetto mi arriveranno tre tipi di sashimi.
Dopo un po’ arriva la cameriera con una scodellina con 3 pezzettini di sashimi di tonno.
“Cazzo cazzo cazzo”.
Sorrido e decido di scolarmi la birra alla svelta e di portarlo via. Invece, quando sono giunto quasi alla fine della birra, ecco che mi arriva un meraviglioso piatto di sashimi: tonno, totano e un pesce indefinito, simile al tonno che mi dicono si chiami “cazzu”, sorvolo sui possibili commenti.
Mi colpisce il fatto che accanto a me ci sia una vaca con dei pesci di media grandezza che hanno uno sguardo decisamente terrorizzato, ci credo sto mangiando sashimi.... ad un certo punto la signora del locale si avvicina alla vasca con un ombrello, il marito arriva tosto con una reticella, pesca un pesce e lo porta dietro al bancone, in un attimo é accomodato su due spiedi, e pronto per essere grigliato. Ora capisco l’espressione dei pesci della vasca, e mi mangio un pezzo di tonno.
Verso le 11 saluto il mio nuovo amico, che incredibilmente non mi ha dato un biglietto da visita, e me ne torno in hotel.
Il primo giorno di lavoro scivola via tranquillo.
Alle 19:00 il capo dei miei colleghi mi invita a cena. Impossibile rifiutare, almeno di non avere un trampianto di rene prenotato da 3 secoli.
Mi portano in un locale tipico e io mi faccio guidare di buon grado attraverso la scelta dei piatti. Provo tutto ció che mi si propone, facendo ben attenzione 1) a non guardare troppo l’aspetto di ció che mangio, 2) a chiedere dopo spiegazioni.
Comunque mentirei se dicessi di aver mangiato male. Provo nell’ordine: gamberi fritti (che si mangiano interi), polpo marinato, sashimi di tonno, polpo, totano, salmone (dal colore arancione carota), cavallo, umeboshi (prugna immersa nell’aceto) sake, sake invecchiato in botti di cipresso.
Annotazioni sulla vita di tutti i giorni:
Atterro a Tokyo alle ore 6 e 30 locali, che ora sia a casa mia e nelle mie cellule non me lo chiedo neppure per non spaventarmi.
L’uscita dall’aeroporto é rapida, approfittando del fatto di essere in business class, parto in pole position nella gara fantozziana dei passeggeri verso il controllo passaporti. La mia valigia, anch’essa graziata dal trattamento privilegiato della bisuness class, arriva subito, una breve sosta alla dogana, dove un addetto gentile da un’occhiata alla mia valigia e poi via verso il casino. Armato delle istruzioni che mi ha scritto Erwin mi avvio al di fuori del mondo ovattato e protetto dell’aeroporto. Primo compito: riuscire a prendere il bus, quello giusto, che mi porti alla Tokyo bus station (T-CAT), eseguito facilmente:
Diego-san 3 – Giappone 2, su rigore inesistente, svista arbitrale.
Eccomi qua, ancora una volta seduto su un aereo che mi porta verso nessundove, verso un’altra terra straniera, verso un nuovo piccolo mondo da scoprire.
Parto da casa all’alba, e ancora addormentato in me arrivo a Parigi, non mi accorgo che manca ancora un’ora al mio volo per Tokyo, mi affretto a fare compere, per poi, con la oda tra le gambe, rifugiarmi nella business lounge a bermi una birra, la sana colazione dell’uomo d’affari moderno- dinamico- alcolizzato.
Trovo il tempo di dar un colpo di telefono alla mia nonna, purtroppo l’unica rimasta della grande generazione dei mie avi.
La fila 3 mi accoglie gentile e ossequiosa, un giapponesino si siede accanto a me, ma silenzioso si fa i fatti suoi, e io non sono mai stato il tipo da attaccar bottone. Quindi meglio così, che ben venga lo Champagne e il pasto vegan.
Dal finestrino osservo la Svezia passarmi sotto, i laghi, la costa, le foreste, i campi marroni appena risvegliatesi dall’inverno, poi il mar baltico e i suoi ghiacci, la Finlandia e i laghi bianchi. Ricordo velocemente quando attraversai questi due paesi in macchina veloce e in compagnia di due grandi amici, che oramai sento di rado e vedo ancor meno, sarebbe da dire una volte ogni morte di papa... ma in invece non é vero, quel giorno ero a sciare, in Francia, e non ho visto né Alessio né Paolo.
Come sempre quando si inizia un viaggio ci si sente in dovere di avere delle aspettative e di farsi delle seghe mentali:quello che penso ora, sorvolando la Grande Madre Russia, é che sono felice di andare a trovare Erwin, un ex-collega che ora lavora a Yokohama, che da bravo svevo, ancor meglio di un napoletano si é prodigato in consigli, dettagliate spiegazioni di come arrivare a casa sua e in offerte di aiuti.
Dai colleghi giapponesi mi aspetto la solita cortesia, che spero di trasformare in stima vera con i miei atti (gli atti di Diego-san, dalla lettera di Diego-san ai Giapponesi....vabbé lasciam perdere... ).
Dal giappone mi aspetto di nuovo quel senso di deficienza che mi ha attraversato passeggiando per le strade di Narita due anni fa, l’analfabetismo che mi ha pervaso e l’impossibilitá di comunicare. Il senso di alienitá all’estremo, l’essere completamente enucleato da una società in grado di andare avanti senza alcun tuo cavolo di contributo, senza la tua lingua, senza i tuoi usi, senza le trenette al pesto.